In principio fu: “Arrivo, arrivo!”. Un tweet di burbanzosa, garrula, giovanile allegria lanciato dalle stanze del Quirinale, mentre stava ancora a colloquio con Giorgio Napolitano. Il paese fuori che aspetta, giornalisti e telecamere, lo sgarro a Enrico Letta appena consumato con abile manovra di Palazzo, e oplà: Matteo Renzi che fa il ragazzino. Visibilio. Da allora – era il 21 febbraio 2014 – l’immagine di Matteo ha fatto qualche giravolta, segnato qualche novità e tanti voti di fiducia senza che nessuno facesse un fiato, Napolitano, per dire, aveva sgridato Monti per molto meno. Mattarella non pervenuto.
Era un altro Renzi, lo dice lui stesso (giugno 2015) quando fa il discorsetto del “Renzi uno e Renzi due”, ma intanto sono cambiate molte cose, e tra queste l’ordine del discorso renziano: parole, trucchetti, pause, calembours, figure retoriche. Di gufi e rosiconi si è detto fino alla nausea: il buono che fa, i cattivi che remano contro, un dato saliente della narrazione renzista, l’anticamera dialettica del vecchio, caro “Non mi lasciano lavorare”, un allontanamento delle responsabilità da se stesso che ricorda Jessica Rabbit, “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Chi? I gufi.
Era un altro Renzi, lo dice lui stesso (giugno 2015) quando fa il discorsetto del “Renzi uno e Renzi due”, ma intanto sono cambiate molte cose, e tra queste l’ordine del discorso renziano: parole, trucchetti, pause, calembours, figure retoriche. Di gufi e rosiconi si è detto fino alla nausea: il buono che fa, i cattivi che remano contro, un dato saliente della narrazione renzista, l’anticamera dialettica del vecchio, caro “Non mi lasciano lavorare”, un allontanamento delle responsabilità da se stesso che ricorda Jessica Rabbit, “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Chi? I gufi.
Si perdoni la citazione “bassa”, ma, per così dire, mi adeguo al pop-speaking del premierfrou-frou, quello che sulla legge elettorale diceva “Se non
va bene chiamate Goldrake” (gennaio 2014), che citava Mazinga, che mischiava Tarantino e Disney (“Non penso di essere Mr. Wolf, ma neanche Paperoga”, ottobre 2014). Quello che, addirittura, se la prendeva con i Simpson (ottobre 2013) che parlavano di corruzione italiana, roba da matti, e questo ben due anni prima di attaccare i talk-show cinici e bari: Bart e Omer come Floris e Giannini.
E per chi non gradisce, o non capisce, il pop spinto dei cartoon c’è sempre l’uso à la carte della citazione raccattata qui e la, va bene tutto, La Pira e Samuele Bersani, Clint Eastwood e Giliola Cinquetti (citò “Non ho l’età…”, nel discorso di insediamento al Senato, il 24 febbraio 2014), o statisti, o filosofi, scelti alla bisogna, copiaincollati da Wikipedia.
Ma questa è la superficie. A scavare un po’ si arriva presto a quello che Pierre Bourdieu chiamava “linguaggio autoritario”, cioè parole che si impongono per la loro stessa forza, senza bisogno che i contenuti le confermino o le sorreggano. Frequente quindi l’uso della figura retorica della paronomasia. Tranquilli, niente di complesso: si tratta di accostare parole simili per fonetica e lontane per significato. “Un partito pensante e non pesante”, oppure “esistere, non resistere”, “La Ue non si può solo commuovere, si deve muovere”, fino al mirabolante “Non tramo ma non tremo”, spettacolare parodia involontaria (?) del mussoliniano “Marciare, non marcire”. (CONTINUA…)
E per chi non gradisce, o non capisce, il pop spinto dei cartoon c’è sempre l’uso à la carte della citazione raccattata qui e la, va bene tutto, La Pira e Samuele Bersani, Clint Eastwood e Giliola Cinquetti (citò “Non ho l’età…”, nel discorso di insediamento al Senato, il 24 febbraio 2014), o statisti, o filosofi, scelti alla bisogna, copiaincollati da Wikipedia.
Ma questa è la superficie. A scavare un po’ si arriva presto a quello che Pierre Bourdieu chiamava “linguaggio autoritario”, cioè parole che si impongono per la loro stessa forza, senza bisogno che i contenuti le confermino o le sorreggano. Frequente quindi l’uso della figura retorica della paronomasia. Tranquilli, niente di complesso: si tratta di accostare parole simili per fonetica e lontane per significato. “Un partito pensante e non pesante”, oppure “esistere, non resistere”, “La Ue non si può solo commuovere, si deve muovere”, fino al mirabolante “Non tramo ma non tremo”, spettacolare parodia involontaria (?) del mussoliniano “Marciare, non marcire”. (CONTINUA…)
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Articolo letto su DIARIO21



